Love is a stranger In an open car
To tempt you in
And drive you far away
And I want you
And I want you
And I want you so
It's an obsession
Love is a danger
Of a different kind
To take you away
And leave you far behind
And love love love
Is a dangerous drug
You have to receive it
And you still can't
Get enough of the stuff It's savage and it's cruel
And it shines like destruction
Comes in like the flood
And it seems like religion
It's noble and it's brutal
It distorts and deranges
And it wrenches you up
And you're left like a zombie
And I want you
And I want you
And I want you so
It's an obsession It's guilt edged
Glamorous and sleek by design
You know it's jealous by nature
False and unkind
It's hard and restrained
And it's totally cool
It touches and it teases
As you stumble in the debris
And I want you
And I want you
And I want you so
It's an obsession

... a Milano
lontano dalla città della moda
lontano dalla clinica degli orrori
lontano dai cantieri dell'Expo
lontano dallo sgombero del Leoncavallo
lontano dall'emergenza sicurezza
nei cortili
succede questo ...

piccolo pomodoro

hoya carnosa
... la legge è uguale per tutti ...



Il Burlabox è un simpatico amico che non si compra e non si vende, si costruisce da sè in pochi minuti
…delle vergogne altrui e delle proprie…
L’anno scorso ho passato una decina di giorni a Nairobi. E’ una città molto vasta, composta per l’80% di slum cioè ‘quartieri’ composti principalmente da baracche di legno col tetto in lamiera, senza fondamenta, senza servizi igienici, senza acqua corrente. In questi quartieri non ci sono servizi per la comunità e le fogne sono canaletti maleodoranti che scorrono a cielo aperto tra le case, vicino ai bambini e alle donne che preparano qualcosa da mangiare su fornelletti di fortuna. Negli slum le strade non sono asfaltate e quando piove la terra si trasforma in fango. La gente vive di un’economia di sussistenza, qualche donna vende i prodotti di quell’agricoltura urbana (orti, piccoli vivai) che secondo la FAO sfama (ed è l’unica fonte di sostegno) milioni di persone nel mondo, molti vivono di espedienti, di piccoli lavori precari, di prostituzione, di microcriminalità. In poche parole,negli slum c’è una povertà devastante e si vede.
Alloggiavo nella guest house di una associazione che si occupa di bambini di strada, a Kibera la più grande baraccopoli dell’Africa,. Si chiama Shalom, non tanto perché è un’oasi di pace nel caos dello slum quanto per le attività che svolge. Ho potuto vedere da vicino come vive la gente e una domanda mi tormentava: il primo cittadino, il Sindaco della città, non si vergogna di far vivere i suoi abitanti in questo stato ? Quando riceve ospiti istituzionali da altre città o dall’estero non si sente in imbarazzo a mostrare questa specie di città, questa povertà infinita che non si può nascondere? Come la giustifica ai suoi visitatori ? Mi sono risposta che probabilmente ne attribuirà la ‘ responsabilità ‘alle persone stesse, probabilmente prenderà le distanze da loro con disprezzo. E mi chiedo se non si vergogna anche chi governa l’intero paese, paradiso per i turisti e inferno per i suoi abitanti che dalle campagne si riversano nelle città, negli slum, nella speranza di una vita migliore?
In quel periodo ho letto un romanzo dello scrittore africano Ahmadou Kourouma, che, tra il fantastico e il reale, racconta i soprusi compiuti dai dittatori africani, le violenze, il grande inganno con cui hanno umiliato e impoverito i cittadini, che attraverso il voto (quando consentito) o la fiducia, si sono affidati a loro. Racconta di despoti corrotti che hanno svenduto le ricchezze dei loro popoli, quando non i popoli stessi, per il proprio beneficio personale, per devozione verso sé stessi, per brama di potere, per insaziabile bisogno di ricchezza, per un mezzobusto di pietra nella piazza principale del paese. Il titolo del romanzo riassume, senza giri di parole, la storia di molti paesi africani: “Aspettando il voto delle bestie selvagge”.
In Italia lo schifo che produciamo sta sottoterra, le fogne non le vediamo.
Ma c’è un tipo di fogna, metafisica la definirei, che è sotto gli occhi di tutti. E’ la fogna in cui sono finite la storia e la cultura del nostro paese che attirano tanti turisti dal mondo. Le bellezze artistiche perfino sui muri, ad abbellire, la cappella Sistina dei Papi ma anche un qualunque androne di una qualunque casa della vecchia Milano che, come il bel canto la poesia e nuove forme di arte, sono nel dna di questo popolo. La storia lunga e travagliata in cui questo popolo non si è risparmiato per imporre i suoi ideali liberali, per cacciare invasori arrivati, nel tempo, da ogni punto cardinale. L’umanesimo del Principato di Toscana, primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte.
Non si vergogna chi governa il nostro paese di gettare questo patrimonio in una fogna? Non si vergogna di offendere un popolo che alle domande di una vita serena, di un futuro sicuro, di giustizia contro i soprusi risponde con Leggi che vanno solo a vantaggio di uno, al suo beneficio personale, alla sua devozione verso sé stesso, alla sua brama di potere, al suo insaziabile bisogno di ricchezza, al suo desiderio di essere eterno nella storia come un faraone? Non si vergogna di fare scempio del vivere civile santificando la delinquenza d’alto bordo, praticando la corruzione, incitando alla trasgressione delle regole che arricchirebbero tutta la comunità? Non si vergogna di offendere la libertà i sentimenti e l’intelligenza di un popolo? Non si vergogna di ingannare, illudere, gettare fumo negli occhi, svendere un popolo con 35 miserevoli euro per tenersi stretto “il voto delle bestie selvagge” ?
…quel che R. sa…
R. è afgano, ha 26 anni e da uno vive in Italia. R. è un extra-comunitario, anzi un “clandestino”, perché pochi sanno quando uno straniero è comunitario o no, quindi per semplificare si dice “clandestino”.
R., anche se non è clandestino, fa inorridire la maggior parte degli italiani, in quanto extra-comunitario.
R. ieri sera ha fatto inorridire anche me.
Ho incominciato ad andare a scuola a 9 anni.
Nooove ????
Da noi non è come da voi. Da noi c’è la scuola , poi dopo 3 mesi si deve chiudere perché c’è la guerra, poi apre e dopo 6 mesi chiude perché c’è la guerra, poi apre e poi chiude, per via della guerra.
La guerra? Ma 17 anni fa, quando hai cominciato ad andare a scuola, c’era la guerra ?
Da noi c’è la guerra da 35 anni. Anche adesso c’è la guerra. Che guerra è quella di adesso ? Perché c’è la guerra ?
..…
C’è tutto il mondo nel mio paese
..…
E’ pieno di stranieri. Ci sono gli americani, i britannici. Anche voi.
di un co®netto famoso e delle strade in salita
Il Cornetto Algida è uno dei gelati più antichi, me lo ricordo da sempre. E’ diventato nel tempo, più piccolo, anzi più piccolino. Unico cambiamento in tanti anni. Attualmente il prezzo oscilla tra 120 e 180 centesimi di euro, a seconda di dove lo si compra.
Non so da cosa prenda il nome. Certo non dalla forma che non è cornica ma conica (senza la R), come il classico gelato, il tradizionale cono. Da qualche parte arriverà ‘sto nome ma io non lo so. Fa niente.
In superficie ha uno strato di granella di nocciola mista a miele e qualcosa d’altro che la rende compatta e dura. Si sgranocchia. Il sapore è gradevole e dura poco.
Terminata la deliziosa copertura inizia un impasto bianco doppio-candeggio, gusto di freddo, consistenza né dura né morbida, masticabile. Si mangia con disattenzione, non appassiona, si morde avanzando verso la fine senza entusiasmo, un morsetto dopo l’altro, senza guardarlo. Davvero non si può dire che sia una cosa buona. Si procede. Se non fosse per i minuscoli pezzi di biscotto che si infilano tra i denti non si avrebbe la sensazione di mangiare, un gelato poi…
E allora perché un Cornetto Algido e non qualcosa di più goloso ?
Il cono si restringe, sia a causa dei morsi che della suddetta forma. Mancano un paio di centimetri alla fine quando gli occhi distratti tornano a puntare quel che resta del gelato. E avviene il contatto, o miracolo, che dir si voglia. Il pastone bianco finisce e lascia il posto a un pezzetto di cioccolato fondente, che nel morso si amalgama alla cialda. La materia si fa estasi mistica. Due bocconi di paradisiaca beatitudine. Per una manciata di secondi.
Dopo questo spot, che non mi porta nessun ma nessun guadagno, mi sorge una domanda:
che sia, il Cornetto Algida, una metafora della vita?
di un paese alla deriva
"La nostra famiglia, tutta la nostra famiglia - spiega Bezzecchi - è italiana, abbiamo i documenti, lavoriamo, paghiamo le tasse, luce e acqua, i nostri figli vanno a scuola. In comune, dove ho lavorato per 23 anni, e in prefettura lo sanno perfettamente. Arrivare all'alba, circondare il campo e illuminarlo con le lampade, svegliarci e metterci in fila e fare la fotocopia del nostri documenti è stato molto più che umiliante. Sanno chi siamo, conoscono la famiglia Bezzecchi, mio padre è medaglia d'oro al valore civile. Perché questo blitz di evidente matrice razziale?".
E'un fatto che il primo atto ufficiale del commissario per i rom di Milano è proprio il monitoraggio della famiglia Bezzecchi, Rogoredo, Milano. "Sono arrivati alle cinque e mezzo - racconta Giorgio - hanno circondato il campo, lo hanno illuminato, sono venuti casa per casa, roulotte per roulotte, ci hanno svegliato, ci hanno fatto uscire, hanno fotografato le case e poi i nostri documenti. Hanno finito intorno alle sette e mezzo. Io credo - aggiunge Bezzecchi - che tutti debbano sapere e capire cosa sta succedendo: sono italiano, sono cristiano e sono stato schedato in base alla mia razza. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani".
"Noi siamo sinti italiani registrati all'anagrafe quindi non capisco cosa debbano censire visto che già esistiamo. Più in generale - lo dico perché ho lavorato per 23 anni all'Ufficio nomadi del comune di Milano - il censimento già esiste dei campi autorizzati. A Milano ci sono tra i 5 e i 5.500 nomadi". Una discriminazione, quindi, "anche se presentata come positiva".
Sessanta anni fa, ricorda Bezzecchi, usciva la rivista "La difesa della razza" di Guido Landra, furono approvate le prime leggi razziali, poi i primi rastrellamenti. "Mio nonno fu portato a Birkenau ed è uscito dal camino... Mio padre fu portato a Tossicia ed è tornato indietro. Stamani lo hanno svegliato all'alba e lo hanno messo in fila. Io oggi, italiano e sinti, dico vergogna".
Ho conosciuto Giorgio il 27 gennaio alla manifestazione in occasione del Giorno della Memoria della Shoah. Mi ha raccontato la storia della sua famiglia, del papà e del nonno perseguitati dai nazi-fascisti e di suo papà, cittadino italiano sinti sopravvissuto, costretto a firmare il Patto di Legalità.
Che bello se tutti (tutti) i cittadini italiani fossero obbligati a firmare il Patto di Legalità!
Ancora una volta ci renderemmo ridicoli agli occhi del mondo intero, ma forse riusciremmo ad essere finalmente un paese per bene.

27 gennaio 2008 - Giorno della Memoria - Il Sig.Giorgio Bezzecchi dietro allo striscione dell'Opera Nomadi
del soldato disertato e altri ossimoro
La frontiera si raggiunge con la metropolitana, molto comodo, non si deve nemmeno uscire in superficie, è li pronta, appena si scende dal treno. Il soldato sta dentro un gabbiotto da cui lo si vede dal busto in su. E’ giovane, occhi azzurri capelli biondi e il viso anonimo dei soldati. Prende il passaporto, lo sfoglia, guarda la fotografia, guarda il viso del forestiero, guarda in alto. Gli si stampa un sorriso ironico sul volto. Torna a guardare la foto, il viso del forestiero e poi in alto. Ma che fa con gli occhi rivolti all’insù? Invoca Iddio? In su c’è uno specchio reclinato che gli permette di vedere per intero il forestiero, come è fatto, come si muove, cosa porta con sé. Guarda la fotografia, guarda il viso del forestiero, guarda in alto.
La pantomima finisce con un “la foto sul passaporto non è tua. Da qui non passi”. Lo dice senza parole. Dice anche qualcosa tipo 'non mi freghi'. Restituisce il passaporto. Con un sorriso ironico.
Tanti saluti e arrivederci.
*
Oggi la frontiera non c’è più perché non esiste più uno dei due stati che divideva.
Non era mai successo nella Storia che uno Stato svanisse, che svanisse la sua bandiera, il suo Inno Nazionale, la sua moneta, la capitale, i francobolli, la sigla automobilistica, il prefisso telefonico, l’Esercito con la sua divisa e i suoi soldati. Svaniti anche i soldati. Disoccupati.
Come sarà stato l’ultimo giorno da soldato del soldato di frontiera che proteggeva il ‘suo’ Stato da spie e truffatori ?
Sarà andato sul suo posto di lavoro e non l’avrà trovato, si sarà sentito ridicolo nella sua divisa, o spaventato, l’avrà tolta subito proprio lì sui due piedi, o sarà tornato a casa a testa alta guardato in cagnesco dalla moltitudine festante ?
O lo avranno avvisato prima ? Il tuo posto di lavoro non c’è più, butta la divisa adesso sei un uomo libero. Libero. Hai capito ? Libero! Potrai bere tutta la Coca Cola che vuoi e senza nasconderti. Glielo avranno detto per telefono ? o di persona, consegnandogli la sua ultima busta paga? Avrà esultato, si sarà ubriacato dalla gioia, forse, con la Coca Cola, forse. Il mondo intero era felice per lui, lo sarà stato anche lui.
Avrà avuto qualche dubbio, si sarà fatto qualche domanda ? Avrà avuto qualche problema e avrà chiesto aiuto a qualcuno ? A chi, per esempio ?
Nei mercatini si trovano ancora monete spillette francobolli e altre piccole cose dello Stato svanito. E le persone ? Libere. Può bastare.
*
Berlino, 31 dicembre 1989. Sulla porta di casa degli amici con cui dobbiamo festeggiare il capodanno troviamo un messaggio “siamo sul tetto”. Li raggiungiamo. "Alla Porta di Brandeburgo ci sono 2 milioni di persone’". Restiamo sul tetto a bere e a guardare i fuochi d’artificio fino alle 4 del mattino. Quando scendiamo in giro c’è poca gente, molti ubriachi dormono per terra o sulle panchine. Nelle vicinanze del Muro sentiamo la 'Lambada' suonata a tutto volume. "E’ stata la colonna sonora della caduta del Muro" una specie di Bella Ciao. Emozionati attraversiamo la breccia nel Muro e dall’altra parte ci accoglie la consolle del dj. E’ all’interno di una lattina di Coca Cola alta quasi 3 metri. Non ne avevo mai vista una così grande. La guardo con un certo sgomento. Non faccio in tempo a pensare ‘ma come, tutto per una lattina di…’ che un bel ragazzo sconosciuto, mi risveglia trascinandomi in un ballo scatenato, un po’ latino un po’ tango un po’ boogie. Follia da ubriachi. Di vodka.