Prima della partenza per Belgrado l’autista e una passeggera cercano di dirmi qualcosa che sembra importante ma in bulgaro e io non capisco, poi guardano tutti nella stessa direzione da dove sembra arrivare la spiegazione. E’ una ragazza molto carina, elegante, capelli biondo platino fino ad un certo punto, poi neri. Cammina spedita puntando verso di noi, stringe una borsetta sotto il braccio e una cartelletta tra le mani, non ha bagagli. E mi spiega: l’autobus non va diretto fino Belgrado, bisogna cambiare a Niš. Parla un inglese dalle vocali larghe, conosce anche il tedesco e il francese, è stata a Parigi, dice con aria trasognata. Viaggia molto per motivi di lavoro, di studio e altro. Altro ? Sarà la mia traduttrice in questo viaggio. Si siede davanti a me, si volta e col viso tra gli schienali dei sedili mi chiede se al duty free shop ho intenzione di comperare delle sigarette, no perché c’è una donna che ne vorrebbe comperare molte stecche ma deve rispettare il limite legale, quindi se io non le compero per me le posso comperare per lei. Ma come, ancora non siamo partiti e già mi propongono di fare contrabbando! Accetto.
Mentre la mia traduttrice da lontano mi segue con lo sguardo, entro in tutti i duty free shop senza trovare, però, le sigarette che mi piacciono quindi con un cenno le dò ‘via libera’. Quando ripartiamo varie stecche di sigarette vengono affidate ai passeggeri, me compresa, come pattuito.
Alla frontiera ci ordinano di scendere con tutti i nostri bagagli, proprio tutti, anche i più piccoli. Ubbidisco ma la stecca di sigarette la lascio sul sedile, anzi la sposto su un altro lontano dal mio. Vuoi mai che… Indovinato. Soltanto a me viene chiesto di aprire la valigia che rimane sul marciapiede spalancata, in imbarazzo sotto gli occhi di tutti, anche se in verità nessuno si occupa di lei. Intanto la mia traduttrice parlotta col doganiere, non sembrano due che si vedono per la prima volta. Le chiedo il perché della perquisizione. Lentamente e sottovoce mi spiega che occorrono dei controlli perché in Bulgaria i prezzi sono molto bassi e qualcuno ne approfitta per fare commerci non consentiti con la Serbia, poi ci sono attività illegali, tipo il passaggio di droga e altre cose. La guardo dritta negli occhi, mi viene da ridere, non lo faccio.
Richiudo la valigia innocente, ritiriamo i passaporti e torniamo a bordo. Come sempre dopo aver superato le frontiere l’atmosfera è più rilassata. Parte un fitto chiacchiericcio che coinvolge un po’ tutti da un sedile all’altro, le voci si sovrappongono, il tono è confidenziale, le donne si avvicinano e formano un crocchio, una di loro si accende una sigaretta, sembra di stare nella cucina di casa.
Alla prima città dopo la dogana, la contrabbandiera la fumatrice e la ragazza poliglotta scendono e si allontanano, velocemente, in tre direzioni diverse, portando con sé i loro segreti di donne di frontiera. [continua]
Alla stazione di Sofia, aspettando che l’autobus parta, guardo dal finestrino una ragazza esageratamente agghindata che mangia un panino. Quando lo ha finito getta con grazia la carta sporca in un cestino, si pulisce delicatamente le mani, saluta il ragazzo che l’accompagna, sale sull’ autobus, si siede di fianco a me. Partiamo. Il caldo è insopportabile e lei lentamente comincia a liberarsi dell’ingombrante impalcatura che si è costruita addosso. Appoggia varie borsine e borsette sul pavimento, prima si toglie il giubbotto di similpelle bianco e poi gli enormi occhiali di plastica che svelano due splendidi occhi verdi e un viso dolce e malinconico. Alla prima fermata scendiamo per fumare mentre nuovi passeggeri salgono. Cerco di dirle, in un bulgaro stentato, che perderemo i nostri posti, mi risponde in inglese di non preoccuparmi. Risaliamo, i nostri posti sono stati occupati, ne trova altri due, ci sediamo, in tacito accordo, una di fianco all’altra, io lato finestrino. Non mi chiede niente di me, comincia subito a parlare, ha l’urgenza di farlo, di raccontare una storia che probabilmente nessuno ha più voglia di sentire.
Lavorava in un’azienda statale, nel campo dei tabacchi, le piaceva il suo lavoro e si trovava bene con i colleghi, poi è arrivata la privatizzazione, i nuovi proprietari hanno cambiato il tipo di attività e licenziato tutti i dipendenti. Ora ha un altro lavoro, tuttavia continua a rimpiangere quello che è stata obbligata a lasciare. Passiamo vicino all’edificio dove lavorava, me lo indica, vuole che lo veda. Parla lentamente, senza rabbia ma con tristezza. La situazione economica in Bulgaria è pessima, gli investitori stranieri comprano quello che vogliono, la fanno da padrone, non ci sono regole e non c’è pietà ma lei non vuole emigrare. Vive in una bella città sui monti Pirin, ha una famiglia unita, rimarrà ad ogni costo. Quando scende, resta sul marciapiedi a salutarmi con la mano finché l’autobus non viene inghiottito da una curva. [continua]
Chi prende spesso questo autobus sa come funziona l’imbarco, chi lo prende per la prima volta rischia di salire per ultimo e di doversi accontentare del posto che troverà.
Unica italiana in un autobus di emigrati bulgari che tornano in patria per le vacanze, credo ormai svanita la speranza di un posto di fianco al finestrino quando una passeggera piccola vispa ed elegante mi invita a sedere di fianco a lei, lato finestrino. Mentre mi infilo al mio posto capisco come mai non ci si è messo nessuno: lo spazio è molto ristretto perché lo schienale del sedile davanti è completamente allungato all’indietro. Ventiquattro ore di viaggio incastrata in quel buco!
Poco male, l’importante è aver conquistato un posto vicino al finestrino e a una compagna di viaggio simpatica, che parla italiano e ha voglia di parlare.
Parlerà molto per tutto il viaggio, però di sé racconterà solo che ha un figlio di 38 anni, giusto a sottolineare che i suoi 58 sono veramente ben portati. Ha una bella pettinatura, direi fresca di parrucchiere, occhiali da sole firmati o ben imitati, abiti italiani e un paio di sandali in nabuk chiaro che ripulirà con pazienza quando, con un gesto maldestro, glieli sporcherò di Coca Cola. E’ ben attrezzata per il viaggio, sa quando si ferma l’autobus e per quanto tempo, sa quando si dorme, quando si passa la frontiera, quando il passaggio è veloce e quando è complicato. Non è certo il suo primo viaggio su questo bus.
E’ sicura di sé e parla bene l’italiano, riceve e fa diverse telefonate dal cellulare, è molto diversa dagli altri viaggiatori timidi e silenziosi. La sua bella acconciatura si scompiglia al primo passaggio di frontiera, quello con la Slovenia, quando il passaporto le viene guardato tutto sommato molto, anzi troppo, velocemente, mentre il mio rimane a lungo nelle mani del poliziotto.
Sarà lei, M., la mia preziosa interprete fino a Sofia, la prima tappa del mio viaggio. M. parla sempre a voce alta anche quando si tratta di dire cose imbarazzanti, tipo che gli autisti sono organizzati per ‘ungere’ qualcuno ai passaggi di frontiera. Non riesco a immaginare cosa ci possa essere di illegale sul nostro autobus, di certo c’è qualcuno che arrotonda lo stipendio. Non sull’autobus.
Ad un passaggio di frontiera M. viene chiamata per il riconoscimento dei bagagli. Quando risale sull’autobus è furiosa. Le hanno contestato il doppio fondo della valigia e glielo hanno fatto aprire. Come se uno non avesse il diritto scegliersi la valigia che più gli garba.
M. parla molto con una donna bulgara più vecchia di lei che non dice la sua età.
E’ sposata da molti anni con un italiano e ha il passaporto italiano. La polizia del suo paese, all’epoca sotto il regime sovietico, sosteneva che lei era scappata dalla Bulgaria, così ogni tanto suo padre e suo fratello venivano arrestati e picchiati, puniti a scopo di vendetta o di ricatto. Un ricordo che le pesa, che ancora la schiaccia.
Non le importa di parlare della sua vita in Italia, vuole parlare della sua Bulgaria e del dolore che prova nel vederla così mal ridotta. Quando entriamo, dalla frontiera serba, ci mostra i campi incolti, le fabbriche ormai nelle mani dei vandali che si fregano anche le piastrelle, le scuole chiuse per sempre con i disegni dei bambini ancora attaccati alle pareti, i villaggi abbandonati.
Possedeva dei terreni, per riaverli dovrebbe pagare e seguire complesse pratiche burocratiche, ha rinunciato, più semplice ed economico comprarne di nuove, ci sta costruendo sopra una casa e i terreni che le spetterebbero di diritto se li prenderà la mafia.
Parla volentieri, a ruota libera ma con fatica, ha il petto oppresso, l’angoscia di invecchiare, il tempo è volato via in fretta e le ha lasciato troppe ferite aperte. Chiede aiuto, consigli, ha bisogno di ricostruirsi dentro, chissà…forse con lo yoga…Il suo nome significa Speranza, s’illumina mentre lo dice, e quella casa in costruzione nella sua Bulgaria lascia pensare che gliene sia rimasta ancora un po’.
Il viaggio è lungo e c’è il tempo per i suggerimenti, in quali città devo andare, cosa devo visitare e il vocabolarietto di russo, no quello non ti serve, mi dicono le due donne e anche gli altri passeggeri mi fanno segno di no con la mano e con la testa, mettilo via, ti insegniamo noi come si dice grazie e arrivederci. In Bulgaria il russo non lo vuole sentire più nessuno. Vero.
Entrando a Sofia, Speranza mi presenta la città con un ampio gesto del braccio e lascia intendere che è tutta così. Le case abbandonate al degrado, i cani randagi, le baracche degli tzigani.
Arriviamo alla stazione. Sono frastornata e guardo la gente che ritira i bagagli, si saluta si bacia si commuove. Abbiamo superato quattro frontiere, abbiamo visto fermare due uomini e una ragazza in lacrime che implorava per passare, noi siamo arrivati tutti, qualcuno lo fa notare, ridiamo contenti.
Perdo di vista M., è andata via senza salutarmi? Ricompare allegra come sempre, porta un sacchetto in ogni mano. E la valigia col doppio fondo? Mi consiglia un albergo, mi mostra la stazione degli autobus nazionali, mi abbraccia e va via spedita, mentre Speranza si allontana zoppicando, appoggiata da un lato a una giovane nipote e dall’altro a una stampella. [1-continua]
Alessandro Benetton ha lanciato una nuova campagna che si chiama AfricaWorks, che significa AfricaLavora. E fin qui ci arrivano tutti. Cosa significa in sostanza AfricaWorks? Il cantante Senegalese Youssou N’Dour ha fondato una società di credito cooperativo che si chiama Birima (che è anche il titolo di una sua canzone e il nome di un re senegalese) con lo scopo di finanziare attraverso il microcredito attività che producano un reddito.
Il Senegal, è un paese senza conflitti, uno dei più stabili dell’Africa, tuttavia è molto povero e forse lo era anche Youssou N’Dour, questa iniziativa non può che essere lodevole, perchè non si tratta di beneficenza ma di progetti costruttivi e duraturi.
Cosa c’entra Alessandro Benetton in tutto questo? Dopo che Youssou N’Dour ha aperto la strada, rischiando del suo, il rampollo Benetton ci si è infilato e sostiene Birima.
Chiudo un occhio sul fatto che il rampollo si è imbucato, impossibile chiudere un occhio sulla cagnara che ha messo in piedi per farci sapere quanto è generoso e intelligente. Oggi mi sono trovata davanti un gruppo di senegalesi (se devo dire il vero un po’ ridicoli) in dimensioni reali appiccicati a un manifesto, sul solito sfondo bianco inventato da Toscani e riproposto dal suo erede. E chissà quanti altri manifesti vedrò ancora sui muri della città. Penso che questa campagna costerà ad Alessandro Benetton più di quanto investirà in Birima.
Lui dà qualche migliaio di euro al Senegal più povero e poi ce la fa sapere con una bella campagna pubblicitaria. La classe non è acqua, mister Benetton.
La campagna si chiama AfricaWorks perché dopo il Senegal coinvolgerà altri paesi africani. Ti aspetto in Darfur, mister Benetton.

Prendetevi 5 minuti per leggere questo appello ai leader del...boh! (qui vengono chiamati del centro-sinistra)... dovrebbero essere quelli che piu' rispettano la laicita' dello stato e i diritti delle donne.
Sicuramente contano le firme "famose" ma sono le tante tante nostre firme che faranno la differenza
PRIME FIRMATARIE: Simona Argentieri, Natalia Aspesi, Adriana Cavarero, Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Dacia Maraini, Alda Merini, Valeria Parrella, Lidia Ravera Elisabetta Visalberghi
Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti, ora basta! L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza. Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere. Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’ arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze. Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro). Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi. Per sottoscrivere la lettera-appello: www.firmiamo.it/liberadonna

grazie Mister Lofa !!!
Ingrandire. Stampare. Ritagliare. Piegare. Incollare.

E’ un amico, un gioco, un inquilino, un compagno di viaggio.
Tiene lontani gli spiriti, i vampiri, la solitudine, la sfiga.
Le sue avventure www.flickr.com/photos/burlabox
La sua storia www.burlabox.splinder.com
Avrei potuto scrivere che a Londra i proprietari di SUV pagano 32 euro per entrare in centro anche se sono residenti e a Milano pagano niente.
Avrei potuto scrivere che a Milano hanno cercato di espellere figli di stranieri senza permesso di soggiorno dagli asili comunali ma non ci sono riusciti perché il razzismo in Italia è illegale.
Avrei potuto e potrei ogni giorno scrivere qualcosa sulle belle idee che girano qui in paese ma mica posso tediare o far ridere i lettori di questo bloghino, così come se scrivessi dei gossip. Tutti i giorni!!
Avrei potuto e potrei ma sono un po’ stufa di parlare di questa città e della sua sindaca che non si chiama nemmeno Moratti, come fa credere. E questo è solo il suo biglietto da visita...

I dané, o no ?
www.repubblica.it
In uno dei miei primi post avevo parlato di Beppe Grillo concludendo che non avrei mai più scritto di lui nel mio bloghino (vedi tag: Ignobel). Purtroppo mi costringe a fare marcia indietro. Il suo prossimo V-Day (giorno del vaffanculo) si terrà il 25 aprile, giorno in cui si ricorda la Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Si ricorda. Beppe Grillo non lo ricorda. O forse lo ricorda molto bene. Escludo che nel giorno delle celebrazioni Beppe Grillo sfilerà in corteo con i vecchi partigiani. Troppo anonimo. Beppe Grillo vuole un palcoscenico e telecamere solo per lui. E probabilmente li avrà.
Se il mio babbo fosse il Presidente della Repubblica o il Presidente del Consiglio il nostro povero Paesello sarebbe più dignitoso e divertente. Tuttavia, secondo Beppe Grillo, non si può nemmeno avvicinare al Parlamento a causa di tre condanne penali:
. affissione abusiva di manifesti (nel 1948)
. uso abusivo di altoparlante (nel 1948)
. occupazione di terreni (nel 1950)
Tutti i reati fanno riferimento al Codice Rocco del 1933.
Il Codice Rocco, emanato durante il periodo fascista principalmente per combattere gli oppositori al regime, esiste ancora ma è caduto il regime fascista che lo ha voluto, ufficialmente il 25 aprile. Non è caduto da solo, né con l’aiuto di un blog, di Internet o della TV.
Persone, uomini e donne, giovani e giovanissimi. Carcere, sofferenze, privazioni, la vita stessa.
Un grande sacrificio perché Beppe Grillo possa dire oggi le cose che ha voglia di dire.
Giù il cappello, Beppe Grillo! E giù le mani dal 25 aprile.